Ottimismo professionale?

Se pensi che l’errore definisca chi sei, è più facile mollare. Se lo consideri un episodio da cui imparare, è più probabile che tu continui a provarci. L’ottimismo, secondo la psicologia, nasce da qui. Non dai sorrisi, ma dalle spiegazioni che diamo a noi stessi quando qualcosa va storto.

Facciamo un esempio pratico. Sono gli anni ’80, una compagnia assicurativa statunitense si rende conto di avere una criticità significativa cioè, entro tre anni dall’assunzione, perdeva il 7% dei suoi agenti, dopo un significativo investimento su di loro. Lo psicologo Martin Seligman propose così di misurare lo stile esplicativo dei nuovi assunti, che nella pratica consiste nella misurazione della modalità con la quale queste persone spiegano a sé stesse i loro fallimenti.

 

È emerso che coloro che consideravano i fallimenti come tratto permanente della loro persona, tendevano ad arrendersi e quindi poi a lasciare l’organizzazione, mentre le persone che vedevano i loro fallimenti come temporanei, si dimostravano più resilienti. Infatti, gli agenti con stile ottimista non solo resistevano più a lungo, ma vendevano anche il 37% di polizze in più.

 

Cosa succede nel cervello quindi? Sotto stress e paura, il cervello restringe il campo cognitivo: vede la minaccia, genera una risposta ma poi non prosegue. È un meccanismo di sopravvivenza antico, la classica risposta “combatti o fuggi” che se non è governato adeguatamente, può diventare un limite sul lavoro.

Quando invece proviamo emozioni positive succede il contrario. È quello che in psicologia viene chiamato Effetto Broaden and Build: le emozioni positive allargano l’attenzione, moltiplicando le opzioni che il cervello considera, favoriscono connessioni che prima non erano viste. Il problema non viene ignorato ma si trovano più strade per risolverlo.

 

Secondo uno studio pubblicato su Frontiers in Psychology (luglio, 2024), l’ottimismo professionale ha un doppio effetto: aumenta il coinvolgimento nell’azienda ma anche la propensione a esplorare nuove opportunità.

L’ottimismo al lavoro non è quindi solo un’attitudine ma una vera e propria strategia. Quando se ne parla, molti pensano al collega con il sorriso stampato in faccia anche quando tutto va male (approfondiremo il tema nelle prossime uscite) ma, in realtà, la psicologia parla di un altro tipo di ottimismo, non quello che ignora i problemi ma quello che influenza il modo in cui reagiamo quando i problemi arrivano.

 

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