Caffè e “cattive” notizie

Ore 10:30, pausa caffè nell’area break di una grande azienda: un gruppo di colleghi discute di due notizie appena ricevute, una positiva e una negativa. La conversazione scivola immediatamente su quella negativa, che viene poi condivisa con altri colleghi in un tipico effetto “telefono senza fili”.
Ma perché le cattive notizie circolano più rapidamente di quelle buone, soprattutto in azienda?
Questo fenomeno è legato al nostro istinto di sopravvivenza: mentre conoscere un evento positivo non avrebbe modificato in alcun modo la vita dei nostri antenati, ignorare un fatto potenzialmente pericoloso avrebbe potuto comprometterne la sopravvivenza.
Se riportiamo questa dinamica nel contesto economico contemporaneo, osserviamo come ogni notizia negativa o situazione di crisi possa influenzare non solo il funzionamento dell’organizzazione, ma anche le percezioni dei suoi stakeholder. I primi a subirne l’impatto emotivo sono però i dipendenti, la cui “adesione” al progetto imprenditoriale è direttamente collegata al clima interno e alla fiducia verso l’azienda.
A livello psicologico, la tendenza a concentrarsi sulle notizie negative è riconducibile al negativity bias, ovvero la propensione del cervello umano ad attribuire maggiore peso agli stimoli negativi rispetto a quelli positivi. Questo meccanismo evolutivo, utile per individuare tempestivamente potenziali minacce, oggi si traduce in una sorta di attrazione magnetica verso contenuti ansiogeni o drammatici, in un tentativo inconscio di anticipare e prevenire possibili problemi.
Alle dinamiche individuali si sommano poi fattori ambientali e strutturali: un contesto globale caratterizzato da incertezza, vulnerabilità e una disponibilità di informazioni praticamente illimitata. La paura collettiva generata da eventi globali aumenta il bisogno di rimanere costantemente aggiornati, nel tentativo di recuperare un senso di controllo. Allo stesso tempo, l’architettura dei social media e delle piattaforme digitali — progettata per catturare l’attenzione attraverso feed infiniti e algoritmi che privilegiano i contenuti più “attivanti” — espone le persone a un flusso continuo di notizie, spesso drammatiche. È l’habitat ideale affinché le cattive notizie si diffondano rapidamente, soprattutto in contesti complessi come quelli aziendali.
Come è possibile arginare un fenomeno che rischia di generare un clima di sfiducia e negatività?
La risposta risiede nella qualità della comunicazione interna. Quando i dipendenti vengono a conoscenza di notizie negative attraverso i media anziché tramite la propria azienda, sperimentano livelli elevati di shock e frustrazione, con conseguente erosione della fiducia nei confronti dell’employer.
Numerose ricerche empiriche dimostrano che, nonostante il principio del “internal before external communication”, la maggior parte dei dipendenti scopre le notizie relative a una crisi tramite i media generalisti.
In un’indagine condotta dalla rivista Communication Director su 496 dipendenti di un’azienda tedesca, è emerso che 300 di loro avevano appreso le notizie negative dai mezzi di comunicazione, e nel 50% dei casi si trattava della prima fonte. Meno di uno su cinque, invece, era stato informato attraverso i canali interni.
Descrivendo le proprie sensazioni, i dipendenti hanno parlato di ansia, paura, sconforto, insoddisfazione e delusione: segnali evidenti dell’inadeguatezza di una comunicazione preventiva mancante o tardiva.
D’altronde, la reputazione dei dipendenti condiziona direttamente quella dell’azienda. Non sono semplici destinatari passivi di informazioni, ma veri e propri “portavoce” verso l’esterno: la loro percezione influenza ciò che raccontano — direttamente o indirettamente — al mercato, ai clienti e alla comunità.
La trasparenza interna migliora la retention: le aziende, con una comunicazione interna rapida e trasparente, registrano un livello di fiducia dei dipendenti fino al 30% più alto e un tasso di retention significativamente maggiore.
Quali riflessioni stai facendo nella tua organizzazione?
